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Don
Luigi Borello era nato a Pezzolo Valle Uzzone nel 1924. Era
divenuto sacerdote nel 1950 ed era cresciuto ed era stato educato
nello studentato albese della Società San Paolo, ove la
congeniale propensione alle discipline scientifiche aveva trovato
un eccellente maestro nel professore di fisica, chimica e
matematica don Enzo Manfredi (1916-1977). Lo studente Borello fu
certo il più dotato fra gli allievi del maestro e ne ereditò,
insieme al gabinetto sperimentale, la passione geniale per la
ricerca e la realizzazione scientifica, cui dedicò ben 35 anni di
vita. Quando nel 1964 egli abbandonò il gabinetto scientifico di
“San Paolo” (in gran parte creato da lui) per la riviera
ligure, si era portato dietro soltanto un vecchio oscilloscopio a
raggi catodici, il prototipo sul quale aveva iniziato i primi
esperimenti sulle rimanenze delle luci e dei suoni sulla materia,
e una montagna di appunti.
Rileggendo
i numeri 24, 25 e 29 della rivista Arcani, per la quale il
sacerdote cura una rubrica di posta in qualità di sacerdote,
possiamo ricostruire la teoria alla base degli studi fisici di don
Borello.
Due
dei capisaldi della teoria di Borello sono il concetto di
“campo” ed il concetto di “spazio”. Grazie alla famosa
formula di Einstein, sappiamo che la materia rappresenta grandi
riserve di energia e l’energia rappresenta la materia. Di
conseguenza non si può procedere a una distinzione qualitativa
fra materia e campo; si ha materia ove la concentrazione
dell’energia è grande; si ha campo ove la concentrazione
dell’energia è debole. Ma nella nostra nuova fisica non c’è
più posto per il binomio campo e materia. Non c’è che una sola
realtà: il campo. Per questa ragione, afferma Borello, «il
nostro problema finale sembra dover consistere nella modificazione
delle leggi del campo in guisa tale che non cessino di essere
valide nelle regioni di grandissima concentrazione dell’energia».
Cesare Colangeli riuscì a fare questa unificazione, ottenendo che
le leggi del campo siano valide sia per la radiazione, sia per la
materia. Nella teoria neutrinica le particelle di materia sono la
chiave dell’universo, con le due cariche elettriche eteronime
che, convenzionalmente, vengono chiamate positiva e negativa, si
attraggono quando sono opposte, si respingono quando sono uguali,
cessano da ogni interazione quando si immedesimano. L’attrazione
e la neutralizzazione è l’unica tendenza che esista
nell’universo. Non può esistere il vuoto. Nella posizione di
“reciproca soddisfazione” delle cariche elettriche, detta
anche “spazio in quiete”, si crea il neutrino e la teoria da
cui prende il nome. Tutto quello che esiste, tutto quello che
possiamo rilevare direttamente o indirettamente, tutto quello che
avviene, ossia tutta la dinamica dell’universo, dipende da
questo unico principio e da questa unica tendenza. Lo si prova
algebricamente. Queste sono le basi teoriche della teoria di
Borello. Partendo, poi, da un’idea di Albert Einsten, ampiamente
recepita dal fisico Cesare Colangeli nella sua Teoria
Neutrinica, che Borello accoglie entusiasticamente e
condivide, si può affermare che qualsiasi materia inanimata
possiede la capacità di “memorizzare”. Quando una
qualsiasi forma di energia (luce, suono, calore o altro) colpisce
un agglomerato di materia, si produce un fotone, che è dotato di
una polarizzazione dinamica (e quindi evanescente, in un certo
senso) ed una dinamica (che rimane insita nella materia stessa).
Questa costituisce la traccia mnesiaca (o memoria) di ogni evento
in cui c’è stata la produzione di energia. Ogni porzione di
materia, dunque, esattamente come un essere vivente ha la capacità
di memorizzare gli eventi, con la sola differenza, rispetto a
quest’ultimo, di non disporre di un organo per comunicarne i
contenuti. In sostanza, come la luce impressiona la pellicola
fotografica, così l’energia impressiona la materia. Come
decifrare, dunque, i messaggi contenuti nelle memorie
“materiali”? Come si fa a “sviluppare il rullino”? Don
Borello legge nella teoria di Colangeli che esiste una carica
elettromagnetica polivalente e multiforme, il magnetrino, che ha
la capacità di riattivare le tracce, le memorie contenute in ogni
porzione di materia (detto testimone) eccitando i magnetrini
(polarizzazioni) contenuti nel campione stesso. In base a questo,
già nel 1967 don Borello ideò quello che lui chiamava “sistema
di cronovisione elettronica”: per mezzo di questo sistema era
possibile rilevare, in un qualsiasi campione di materia già
colpito da uno stimolo acustico, luminoso o termico, già
“impressionato”, cioè, tali memorie, resuscitandole. In
questa maniera viene convalidata la teoria neutrinica dello spazio
e si arriva ad individuare la base fisica della memoria. Frutto
pratico di queste ricerche è il “cronovisore”, uno strumento
dalla doppia funzione: da una parte eccita il testimone,
risvegliandone le memorie; dall’altra le registra. Così
facendo, per mezzo di un oscilloscopio, che trasforma in
oscillazioni le memorie prelevate, è possibile visualizzare le
memorie contenute in ogni porzione di materia. Abbiamo utilizzato,
tuttavia, il termine “visualizzare” in maniera impropria, in
quanto, come diceva lo stesso don Borello, «non siamo ancora in
grado di chiedere ad un soggetto “che cosa ha visto”, bensì
“se ha visto o sentito questo o quello”, fornendo ad esso
delle impressioni primitive, a noi note, e cercando delle conferme».
Come Borello stesso afferma e come abbiamo detto all’inizio, il
punto di partenza per la validità di tutto questo è
l’accettazione della validità delle teorie di Renato Palmieri
sulla fisica del campo gravitazionale: secondo Palmieri, in
pratica, tutti i fenomeni dell’universo avvengono in una ben
determinata “geometria di campo”, cosa possibile soltanto
nell’ipotesi che lo spazio non sia effettivamente vuoto.
Infatti, se lo spazio è vuoto, allora determinate forme di
energia non hanno la possibilità di trasmettersi attraverso lo
spazio stesso. Venendo meno l’assorbimento di energia da parte
della materia, viene meno la “memorizzazione”.
Passato
questo periodo in cui le notizie e le polemiche si susseguono
velocemente, della macchina del tempo di padre Ernetti e del
cronovisore di don Borello nessuno parla più per almeno otto
anni.
Si
torna a sentir parlare dei nostri due personaggi quando, sul Giornale
dei Misteri n. 114 del 1980, il giornalista Sergio Conti, che
abbiamo incontrato in precedenza, pubblica un articolo dal titolo Padre
Ernetti e la cronovisione. All’articolo risponde un grande
amico di padre Ernettti, tale Annunziato Gandi, presidente della
“Fondazione Giorgio Gandi Museo del Grammophon del Disco e delle
voci celebri”, a Venezia (dal 1991 il museo è stato chiuso),
con una lettera dal titolo Perché il Padre Pellegrino Ernetti
non ha partecipato al Congresso di Fermo (svoltosi
nell’ottobre 1979). Nella sua lettera, Gandi cerca di spiegare
la mancata presenza di padre Ernetti, suo amico carissimo, al
Congresso di Fermo; oltre a questo, si aggiunge che Padre Ernetti
è il depositario delle idee segrete di Marconi, di Severi e di
padre Gemelli, di cui fu allievo e collaboratore ............ |