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Nato a Rocca Santo Stefano, presso Roma, nel 1925, e morto all’Isola di San Giorgio, a Venezia, nel 1994, era entrato giovanissimo nell’ordine fondato da San Benedetto. Terminati gli studi teologici e diventato sacerdote, si era dedicato allo studio della musica, diventando in breve uno dei maggiori esperti a livello mondiale di “prepolifonia”, cioè di quella forma di musica che va dai tempi preistorici fino a 1000 anni dopo Cristo, prima, cioè, che venisse inventata la musica polifonica, fatta da più “voci musicali”. I suoi studi erano così importanti che nel 1955 gli venne affidata una cattedra, l’unica al mondo in questa disciplina, al Conservatorio Benedetto Marcello a Venezia (anche se teneva corsi anche presso l’Accademia di Santa Cecilia a Roma). Sull’onda di questo suo interesse per la “prepolifonia”, padre Ernetti si trasferì a Milano, dove fu uno degli allievi prediletti di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, nello studio di una materia difficile e particolare come l’”oscillografia elettronica”: questo gli permise di compiere ricerche sulla disgregazione dei suoni.
Durante le ricerche sull’oscillografia elettronica condotte insieme a padre Gemelli, padre Ernetti ebbe modo di mettere a punto un’interessante teoria. Il presupposto su cui si basava la teoria di padre Ernetti era la legge di Lavoisier secondo cui “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma”: «Le onde sonore e visive, una volta emesse, non si distruggono, ma si trasformano e restano eterne e onnipresenti, quindi possono essere ricostruite come ogni energia, in quanto esse sono, appunto, energia».
Ogni essere umano, durante la sua vita, lascia dietro di sé una doppia scia, sonora e visiva, che è unica come il DNA o le impronte digitali («Tutta la nostra fisionomia è energia visiva che si sprigiona da noi, dalla nostra epidermide»). I suoni sono ricostruibili perché, una volta emessi, iniziano un processo di disgregazione simile a quello della materia, diventando onde sonore non udibili dall’orecchio umano: poiché la materia, per alcuni principi della fisica atomica, può essere ricostruita, anche i suoni possono essere riportati al loro stato iniziale. Da Einstein, poi, sappiamo che le diverse forme della materia sono soltanto diverse forme di energia: dunque, il suono e la luce sono soltanto forme diverse di energia, quindi commutabili l’uno nell’altra e viceversa. Alla luce di questa teoria, padre Ernetti, con l’aiuto di un gruppo di dodici scienziati di fama internazionale (tra cui Enrico Fermi, padre Agostino Gemelli e Werner Von Braun), spiegò di aver messo a punto, nei primi anni ‘50, un macchinario che permetteva di “captare, ricostruire, far vedere” avvenimenti del passato: «la macchina», spiegò padre Ernetti, era «formata da una serie di antenne per permettere la sintonizzazione sulle singole voci ed immagini»; la procedura di funzionamento della macchina, poi, era la stessa utilizzata dagli astronomi, i quali, utilizzando il ritardo causato dalla non infinita velocità della luce, riescono a ricostruire l’aspetto di una stella spentasi anche migliaia di anni prima.
Una delle prime esperienze ottenute con la macchina ci è raccontata da padre Ernetti stesso ed è contenuta nel primo capitolo del libro. Di fronte alle difficoltà, padre Gemelli aveva l’abitudine di invocare l’aiuto del papà dicendo: “Ah, papà, aiutami!” Il 17 settembre del 1952, dopo l’ennesima esclamazione di Gemelli, il magnetofono della macchina a cui stavano lavorando registrò una voce che diceva: “Ma certo che ti aiuto, io sono sempre con te!” Era la voce del papà di padre Gemelli. Immediatamente, il sacerdote spense il magnetofono, spaventato da quanto gli pareva di avere udito. Padre Ernetti, però, lo invitò a riaccendere l’apparecchio. Fatto questo, i due riudirono la stessa voce di prima pronunciare le medesime parole, alle quali si aggiungevano queste: “Ma sì, zuccone, non vedi che sono proprio io?” L’epiteto “zuccone” era lo stesso con cui il padre di Gemelli, in vita, usava rivolgersi al figlio. Questo episodio (insieme all’invito esplicito del pontefice Pio XII) spinse Gemelli ed Ernetti ad approfondire ulteriormente le possibilità del loro lavoro. Alla fine, il visore viene messo a punto e sperimentato: completa di immagini e suoni, in bianco e nero e come ologrammi tridimensionali viene visualizzato e ripreso il discorso di Napoleone che sanciva la fine della Repubblica Serenissima, un discorso di Mussolini, un’orazione di Cicerone e gli antichi Mercati dell’imperatore romano Traiano, oggi scomparsi. Dopo qualche tempo viene anche ripresa la Passione di Cristo, una fotografia della quale viene pubblicata insieme alla già citata intervista.
In seguito alla pubblicazione degli studi di padre Ernetti e, soprattutto, della presunta foto di Cristo, la polemica scoppia violentemente. I cristiani ed i sostenitori di padre Ernetti gridano di felicità, in quanto, credono, finalmente si potranno fugare tutti i dubbi circa la divinità di Cristo; altri, spaventati, si chiedono cosa potrebbe succedere se, con la macchina di padre Ernetti, si scoprisse la falsità dei fatti narrati nei Vangeli. Ma i pericoli non sono soltanto di natura religiosa. Nella già citata intervista alla
Domenica del Corriere, padre Ernetti spiegava che la sua macchina era uno strumento utile ed importante, ma, allo stesso tempo, pericoloso, in quanto permetteva anche di leggere il
pensiero, essendo questo, come il suono e l’immagine, soltanto un’altra forma di energia: «[la macchina è pericolosa perché] toglie la libertà di parola, di azione e di pensiero: infatti, anche il pensiero è una emissione di energia, quindi è captabile. Si potrà, cioè, per mezzo della macchina, sapere quello che il vicino o l’avversario pensa. Le conseguenze sarebbero due: o un eccidio
dell’umanità oppure, cosa difficile, nascerebbe una nuova morale. Ecco perché è necessario che questi apparecchi non diventino alla portata di tutti, ma restino sotto il controllo diretto delle autorità».
La polemica vera e propria, però, scoppia qualche tempo dopo. Sul numero 17 del
Giornale dei Misteri, nella rubrica di posta curata da Sergio Conti, compare la lettera di un lettore di Roma che accusa apertamente Ernetti di mistificazione. Secondo questo lettore, la fotografia del volto di Cristo che Ernetti avrebbe pubblicizzato come reale, del vero Cristo, mostrerebbe somiglianze fin troppo sospette con il volto di Cristo del Crocifisso ligneo presente nel Santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, un paese in provincia di Todi (vicino Perugina) ad opera di Lorenzo Cullot Valera su precisa indicazione di Madre Speranza, una religiosa stigmatizzata e con fenomeni mistici. Sergio Conti, curatore della rubrica, afferma per certo che la foto pubblicata dalla Domenica del Corriere è stata consegnata dallo stesso Padre Ernetti al giornalista curatore dell’articolo. Noi sappiamo, però, dai documenti che abbiamo, che questo non è vero. Padre Ernetti, comunque, non prende parte alla discussione, forse perché zittito da qualcuno di molto in alto, come sostengono alcuni suoi estimatori.
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